Nuove prospettive nella cura e nella prevenzione dell’ictus si stanno aprendo nel mondo della ricerca medica scientifica, spesso in campi fino a ieri insospettabili. Una delle più promettenti riguarda l’ipotermia. Il rallentamento del fabbisogno di ossigeno a livello cerebrale, ottenuto raffreddando il cervello di pazienti con ictus, aiuterebbe, infatti, a prevenire ulteriori danni legati alla malattia, aumentando le possibilità di sopravvivenza e il margine di recupero delle funzionalità.
A mettere quella che al momento è solo un’ipotesi, all’ordine del giorno, è un gruppo di scienziati scozzesi il cui obiettivo è quello di trovare i fondi per avviare un trial europeo – cui prenderebbero parte anche alcuni ospedali italiani – in cui sperimentare su 1.500 pazienti con ictus questa tecnica innovativa, già applicata con successo in forme simili su pazienti che hanno subito attacchi di cuore e lesioni alla nascita.
Il procedimento proposto prevede di sottoporre il corpo ad uno stato di ibernazione artificiale, in cui far sopravvivere il cervello con un minor apporto di sangue così da dare ai medici il tempo necessario per curare i vasi sanguigni ostruiti o riparare quelli lesionati.
Il raffreddamento del corpo verrebbe provocato con diverse modalità che vanno dalla copertina refrigerante, all’iniezione di infusione salina a 4 gradi. Secondo il pool di esperti, grazie alle tecniche di ipotermia terapeutica, sarebbe possibile sia ridurre la disabilità associata all’ictus, migliorandone il recupero, che prevenire ulteriori danni e aumentare la sopravvivenza. In attesa di una validazione scientifica ufficiale, i dati attualmente raccolti sarebbero, in questo senso, fortemente incoraggianti.
Ma le ricerche mediche in questo campo si muovono anche in altre direzioni. Dall’università di Calgary, in Canada, ad esempio, viene una tecnica che, se applicata tempestivamente, permetterebbe di allungare il tempo a disposizione del medico per intervenire, aumentando le possibilità di sopravvivenza del paziente e salvaguardando le sue capacità neurologiche.
A determinare la morte delle cellule cerebrali e la progressiva perdita delle funzioni neurologiche nei casi di ictus è, infatti, proprio l’ostruzione di un vaso che porta il sangue al cervello. Il metodo prevede, dunque, l’utilizzo di un catetere che viene inserito, sotto controllo radiologico, nell’arteria femorale a livello dell’inguine e fatto risalire fino ai vasi della testa dove ha sede l’occlusione.
L’obiettivo è quello di sciogliere rapidamente il trombo che si è formato e ripristinare una corretta circolazione del sangue alle aree cerebrali.
In questo modo è possibile intervenire in modo efficace per tempi più lunghi anche se l’ostacolo principale nel trattamento dell’ictus, soprattutto in termini di contenimento dei danni, attualmente è la sottovalutazione dei sintomi da parte dei soggetti colpiti e di chi sta loro vicino. Non va, infatti, dimenticato che limitare le conseguenze legate ad un attacco di ictus è una corsa contro il tempo e che intervenire tempestivamente aumenta notevolmente il contenimento dei possibili danni e le probabilità di recupero totale.